Quella Sera (Parte VI)

Ti sedesti davanti alla tazza fumante.

Mi sedei davanti al mio bisogno bollente.

Legasti la vestaglia con il suo nastro di raso nero, e velasti le gambe da Gea invidiate.

Mi aggiustai la giacca e trattenni Tartaro dietro le onde del mio volerti.

Prendesti l’argentea tazza e la poggiasti sulle labbra che, colpevole del tuo sopraggiungere, mi accorsi solo allora essere di quel color rosa chiaro che amo particolarmente.

Rimasi con gli occhi fissi su di te in un modo talmente estatico, da apparire in catatonico incanto.

Non poggiasti gli occhi su di me, ma scorgei gli angoli della tua bocca torcersi a irriverente sorriso.

“Allora? A cosa devo questa inaspettata e irruente visita?”, mi sogghignasti sopra il segno del rossetto.

“Ti ho detto che desideravo la mia donna”. Risposi

Sorridesti a labbra strette, come fai sempre quando sei imbarazzata.

“E l’hai trovata?” domandasti sempre con sogghigno felice.

“No in verità! Ho optato semplicemente per la più comoda da reperire” ti dissi con falsa convinzione.

Mi guardasti con gli occhi stretti e il sorriso che si apriva. “Che stronzo che sei”

Risi apertamente e mi alzai dalla sedia per avvicinarmi a te.

“No no” mi dicesti appoggiando la tazzina semivuota sul tavolo e sporgendomi il panno sinistra in segno di stop.

“Vai a prendere la TUA DONNA!” Rispondesti

“Io mi farò far compagnia con il mio amichetto del mattino.” Mi dicesti con finta stizza.

“Lo chiamo e gli dico di anticipare il nostro solito incontro” Guardando a caso dove fosse il cellulare.

Io sorrisi senza più alcun limite al tuo essere così straordinaria.

Presi il tuo braccio sporto a me e, con forza di gioco, te lo riposi adesso al tuo busto.

Scesi, fino a opprimerti il polso prigioniero della mia morsa

Mantenendo la presa, girai dietro la tua seduta e iniziai a massaggiarti il collo arrossato.

“Lasciami.” Mi dicesti con la voce rotta dal sorriso.

“Vai dalla TUA donna. Così ho tempo di prepararmi per il mio amichetto. Sai…ho GROSSE aspettative per quando arriverà” sorriso da schiaffi a finire il tuo monologo.

Senza dire una parola iniziai a muovere la mano libera sul tuo rossore e iniziai a scendere lateralmente con le dita seguendo la tua naturale geografia.

Discesi la tua spalla accarezzandoti le braccia e sfiorandone la seconda pelle di tessuto.

Deglutisti e accelereasti il respiro.

Spostai il mio percorrerti fino alla mano libera, e iniziai a tamburellare le tue dita al gioco delle mie.

Come danza accompagnai il tuo polso dietro la tua schiena e avvicinai il gemello tra la seduta e la tua schiena.

Con la mano libera andai sicuro alla ricerca della cintura avvolta nella mia giacca.

La afferrai con le dita e la estrai dal suo costretto scanso.

Con l’abilità di incantatore, attorcigliai la nera pelle intorno ai tuoi polsi e strinsi fino a quando le dita, delle entrambi mani, non ebbero altra compagnia che le sorelle a salutarne il plauso.

Seguisti a occhi chiusi il mio intrecciarti pelle e mente.

Solo il tuo respiro dava sguardo al mio operato.

Slegai la cravatta dal nodo pratt con cui l’avevo creata e la sfilai dal colletto della camicia.

Tenni la lucida stoffa tra le mani e la tesi a testarne la resistenza.

Come preparazione al patibolo del mio desiderio, ti misi la cravatta su gli occhi e la strinsi forte, anche, per imprigionarti il suono dalle orecchie.

Il profumo dei tuoi capelli appena lavati e l’odore di eccitazione che scaturiva dalla tua pelle, mi costinsero a portare il mio naso ancora più vicino all’incavo del tuo ovattato sentire.

Aspirai rumorosamente profumo e espirai alito caldo dalla bocca semiaperta.

Sentii il tuo sorriso e la tua eccitazione crescere.

Finii la mia opera e mi risollevai dietro di te.

Mi diressi verso il tavolo all’oscuro della tua vista.

Raccolsi le tazze, i cucchiaini e la zuccheriera sul vassoio e salii gli scalini per riporre il tutto in cucina.

Dal rialzato livello ammirai la mia opera…tu.

Seduta a gambe semi aperte sulla seduta di legno.

Braccia e occhi imbrigliati alle tenebre.

Io ostaggio della tua bellezza.

Scesi gli scalini.

Mi tolsi la giacca e la appoggiai sullo schienale della mia precedente seduta.

Mi tolsi i gemelli e li riposi nella tasca dei pantaloni.

In quel momento, il tocco, mi ricordò il souvenir che avevo preso nel bagno.

Ampliai il mio sorriso.

Tu continuavi a respirare in motto medio veloce.

Stavi cercando si capire, dal poco che sentivi, quali sarebbero state le mie prossime intenzioni.

Arrotolai i polsini corposi sino a gli avambracci, e mi accovacciai al fianco della tua sedia.

Infilai il braccio sinistro sotto le tue ginocchia e il destro al limitare delle tue scapole.

Con forza mi sollevai sulle gambe e e liberai il tuo corpo dalla seduta e le braccia legate vennero estratte dallo schienale.

Ti tenni sollevata come la Pietà di Michelangelo, e la tua veste scendeva esattamente come il drappo del salvatore.

Alzata da me, sentii e vidi il tuo sorriso eccitato.

Scansai la sedia sulla quale eri è ti adagiai sul lungo tavolo di legno di noce dove prima sorseggiavi il tuo caffè.

Ora eri tu…il mio banchetto.

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